Il bianco e nero in fotografia: sottrazione e spazi psicologici

Non saprei cosa fare del colore. Il colore per me, vincola troppo alla realtà. E’ limitante, non concede spazio al sogno. Più aggiungi nero ad un colore, più questo diventa surreale. Il nero ha profondità. E’ come un piccolo anfratto, lo imbocchi ed è buio e continua ad esserlo anche andando avanti. Ma è proprio per questo che la nostra capacità percettiva si fa più acuta e a poco a poco, gran parte di ciò che accade lì dentro, diviene manifesto e cominci a vedere ciò che ti spaventa, cominci a vedere ciò che ami. Ed è come sognare.

David Lynch

Ieri sera ho riguardato The Elephant Man di David Lynch, uno dei miei film preferiti, e mi sono ritrovata a riflettere sul bianco e nero in fotografia.
Da sempre, direi persino da quando non consideravo ancora la fotografia un potenziale lavoro, sono attratta dalle immagini in bianco e nero. Ci passo davanti e mi devo fermare a guardarle.

Penso a quella volta in Portogallo, viaggiando tra Lisbona e Porto, quando ho scoperto le fotografie di Alfredo Cunha, sguardi in bianco e nero che attraversavano la storia. Oppure quando sono andata a vedere alla Mostra del Cinema di Venezia il documentario su Ferdinando Scianna, o la prima volta che ho guardato le fotografie di Salgado, e di Robert Adams.

Foto: Alfredo Cunha
Foto: Alfredo Cunha

Guardando The elephant man, pensavo all’eleganza che rimuove il superfluo. Nel bianco e nero, che vive di sottrazioni, sono le espressioni del volto a essere esaltate, la luce negli occhi, le pieghe della pelle, quei difetti che fanno la bellezza. Lynch è un narratore di emozioni, indaga l’animo umano, per questo ama il bianco e nero, perché, come dice lui, lascia spazio all’interpretazione. Penso anche alle foto di Cunha: al sorriso del bambino con i cagnolini in mano. E’ il bianco e nero a dare all'immagine profondità, poesia. O le rughe delle persone anziane, le ombre scure elevate a qualcosa di spirituale.
In The elephant man il bianco e nero serve anche a mostrare in qualche modo lo squallore, l’oppressione della Londra del XIX secolo. Glorifica la profonda umanità di John Merrick e denuda la crudeltà dell’uomo ordinario. Rende la storia universale. 

E poi ci sono gli autoritratti di Francesca Woodman. Quando guardo le sue foto mi sembra di camminare in uno spazio psicologico, più che fisico. Attraverso la lunga esposizione, il suo corpo diventa mosso, nebuloso, un fantasma intrappolato in un ambiente angusto. Francesca rompe il legame con il reale, e lo fa attraverso il bianco e nero. Le sue immagini diventano simboli.

Come scriveva la saggista Susan Sontag, il bianco e nero tende a monumentalizzare il soggetto, rendendolo più simbolico che contingente.

Il bianco e nero in fotografia ha sempre richiesto la mia attenzione.
Mi ha sempre fatto fare due passi indietro, mi ha insegnato a guardare un ritratto come una mappa di luci e ombre, un paesaggio come una costruzione emotiva prima ancora che visiva.

Comunque, The elephant man è sempre un capolavoro.

T.

Foto di Francesca Woodman
Foto di Francesca Woodman